Last Updated on 25 Agosto 2026 by Massimo M.
David Gilmour (1978): recensione del primo album solista del chitarrista dei Pink Floyd
“David Gilmour” è il titolo del primo disco omonimo pubblicato nel 1978 dal chitarrista e co-leader dei Pink Floyd. Un esordio che arrivò in un momento preciso e significativo: subito dopo la pubblicazione di Animals (1977) e al termine dell’estenuante tour In the Flesh, Gilmour sentì il bisogno di uscire allo scoperto con un progetto tutto suo.
Per lui questo album fu una vera emancipazione creativa, un atto di libertà rispetto a quella che, a quel punto, era diventata una macchina diplomatica complessa e logorante. All’interno dei Pink Floyd la stanchezza era palpabile, le tensioni tra i membri stavano diventando insostenibili, e il rapporto con Roger Waters — sempre più dominante nella direzione artistica — stava consumando gli equilibri della band.
Il contesto: Pink Floyd sull’orlo del baratro finanziario
C’è un aspetto della genesi di questo album che viene spesso sottovalutato, ma che spiega molto: il disastro finanziario dei Pink Floyd.
Nel 1978 era diventato evidente che, nonostante fossero una delle più grandi band della storia del rock, i Floyd avevano una gestione degli investimenti disastrosa. Molte delle loro iniziative imprenditoriali erano state clamorosi flop e, per di più, il peso della tassazione britannica — che in quegli anni per i redditi più alti poteva superare il 90% — li stava letteralmente strangolando.
La soluzione? Tutti e tre fuggirono in Francia. Sia Gilmour che Richard Wright registrarono i loro rispettivi album da solista all’inizio del 1978 nei pressi di Nizza proprio per sfuggire al fisco britannico. Roger Waters, dal canto suo, iniziò a scrivere quello che sarebbe diventato The Wall, perfettamente consapevole che la band aveva bisogno di un successo commerciale capace di salvarli finanziariamente. Un dato che getta una luce completamente diversa sull’urgenza creativa di quegli anni.
I Super Bear Studios e la storia dimenticata di uno studio leggendario
Le sessioni di registrazione di David Gilmour si tennero ai Super Bear Studios di Nizza, in Francia, nel febbraio 1978, dopo una fase di scrittura durata dal novembre 1977 al gennaio 1978. Gli stessi studi sarebbero stati utilizzati pochi mesi dopo anche per le prime sessioni di registrazione di The Wall, a dimostrazione di quanto fossero diventati un punto di riferimento per i Floyd in quel periodo.
Le registrazioni filarono via lisce e veloci. Una parte del merito va attribuita alla scelta dei musicisti: Gilmour volle con sé i suoi vecchi compagni di band Rick Wills al basso e Willie Wilson alla batteria, con cui aveva suonato nei Jokers Wild, il gruppo di Cambridge che aveva preceduto la sua esperienza con i Pink Floyd. Una reunion di fiducia, insomma, che permise sessioni rilassate e senza attriti.
Purtroppo nel 1986 un incendio devastò i Super Bear Studios, distruggendo con essi tutti i documenti, le bobine originali e le immagini delle sessioni di registrazione. Una perdita irreparabile per la storia di questo album e per quella del rock in generale.
La storia poco nota degli Unicorn e di “There’s No Way Out of Here”
Uno degli aspetti meno esplorati di questo disco riguarda il brano di apertura del lato B, “There’s No Way Out of Here”, che è anche il singolo più noto dell’album. Molti la conoscono come una canzone di Gilmour, ma in realtà si tratta di una cover.
La storia originale è affascinante. Gilmour aveva da tempo una relazione musicale con gli Unicorn, una band country-rock britannica di Surrey che lui stesso aveva prodotto — in particolare i loro album Blue Pine Trees (1974), Too Many Crooks (1976) e One More Tomorrow (1977). Era stato lui a portarli nella scuderia della management dei Pink Floyd e a farli registrare nientemeno che negli studi Britannia Row di Londra, di proprietà dei Floyd stessi.
“No Way Out of Here” era stata scritta da Ken Baker, autore e chitarrista degli Unicorn, per il loro terzo album Too Many Crooks del 1976. Gilmour la sentì per la prima volta la mattina dopo la sessione in cui gli Unicorn l’avevano incisa su nastro, e — secondo il ricordo di Baker — dichiarò immediatamente di volerla registrare un giorno. Due anni dopo, fu di parola. Nella sua versione il titolo diventò “There’s No Way Out of Here” e vennero aggiunte voci femminili solistiche nei ritornelli, l’unica vera differenza rispetto all’originale.

Un dettaglio interessante: è esattamente nello stesso periodo in cui stava lavorando con gli Unicorn che Gilmour scoprì anche i demo grezzi di una sconosciuta sedicenne di nome Kathy Bush, che il mondo avrebbe presto conosciuto come Kate Bush. Il suo fiuto per i talenti era evidentemente non comune.
Le canzoni: un disco di respiro FM, autentico e senza pretese
Il disco si apre con “Mihalis”, un brano strumentale d’atmosfera che lascia già intravedere quale sarà l’evoluzione futura della musica floydiana. Il titolo è il nome greco di un amico di Gilmour.
Segue la già citata “There’s No Way Out of Here”, il brano più riconoscibile del disco, caratterizzato da una struttura di accordi semplice ma efficace, dalla slide guitar acustica e da quell’inconfondibile voce di Gilmour che non ha bisogno di ornamenti per comunicare malinconia.
“Cry from the Street”, “So Far Away” e “Short and Sweet” — quest’ultima scritta con Roy Harper, che registrò una propria versione nel 1980 per il suo album The Unknown Soldier — sono i pezzi centrali del disco, in perfetto stile FM rock degli anni Settanta: godibili, accessibili, ma senza la pretesa di essere sperimentali.
“Raise My Rent” è il secondo strumentale dell’album, ancora più riuscito del primo sul piano atmosferico. Chi conosce bene la produzione successiva di Gilmour vi riconoscerà il seme di brani come “What Do You Want from Me” e “Marooned”, entrambi apparsi su The Division Bell nel 1994.
“No Way” è probabilmente il pezzo più riuscito dell’intero disco nella forma canzone tradizionale, FM rock di qualità con un’arrangiamento curato e un ritornello memorabile.
Chiudono il lato B “Deafinitely” — un altro strumentale in cui Gilmour sperimenta alcune soluzioni timbriche originali — e “I Can’t Breathe Anymore”, che mantiene la coerenza emotiva dell’intero lavoro.
Le canzoni che non finirono sul disco: i semi di The Wall
Forse l’aspetto più straordinario di questo album solista è ciò che non contiene.
“Comfortably Numb”, uno dei brani più amati della storia del rock, fu originariamente scritta da Gilmour all’inizio del 1978 proprio con l’intenzione di includerla in questo disco solista. Una demo riscoperta nei primi anni Novanta rivela che, pur con una tonalità diversa, la struttura della canzone era già sostanzialmente identica alla versione definitiva finita su The Wall (1979). Gilmour la mise da parte perché arrivò troppo tardi per essere inserita nell’album — e la band la recuperò per il capolavoro che sarebbe venuto.
Anche l’embrione di “Run Like Hell” si può rintracciare in questo periodo, nascosto nella struttura ritmica di “Short and Sweet”. Due dei brani più iconici dei Pink Floyd esistevano già, in forma embrionale, in questo piccolo album da solista spesso trascurato.
Ricezione e eredità
L’album fu pubblicato nel maggio 1978 nel Regno Unito e nel giugno dello stesso anno negli Stati Uniti. Raggiunse il numero 17 nella classifica britannica e il numero 29 nella Billboard 200 americana, dove fu certificato disco d’oro.
Nel 2006 EMI pubblicò in Europa una versione rimasterizzata digitalmente (14 agosto), seguita da un’analoga uscita americana e canadese per Legacy Recordings/Columbia Records (12 settembre 2006), che includeva versioni estese di alcune tracce.
Nel 1977 i Pink Floyd erano reduci dal lungo tour nordamericano a supporto di Animals, e mentre Roger Waters lavorava a quello che sarebbe diventato The Wall, David Gilmour decise di prendersi uno spazio tutto suo. Nacque così David Gilmour, il suo primo album da solista, registrato tra febbraio e marzo 1978 ai Super Bear Studios di Nizza e pubblicato il 26 maggio dello stesso anno per la Harvest.
Per l’occasione Gilmour non si affidò ai compagni di band, ma tornò a due musicisti con cui aveva suonato negli anni ’60 nei Jokers Wild: Rick Wills al basso e Willie Wilson alla batteria. Il resto, chitarre, gran parte delle tastiere, voce, è affidato interamente a lui, con la sola eccezione di un intervento al piano di Mick Weaver in un brano. Il risultato è un disco compatto, quasi artigianale, molto diverso dalla macchina produttiva dei Pink Floyd ma inconfondibilmente suo: la voce calda, il fraseggio fluido della chitarra, quel gusto per le atmosfere sospese che chiunque conosca la discografia della band riconosce immediatamente.
I brani
L’apertura è affidata a “Mihalis”, strumentale che lascia già intuire le due anime del disco: da un lato il tocco surf/twang debitore di Hank Marvin, dall’altro la svolta più corposa quando entra in scena il Big Muff. È un brano che funziona da manifesto sonoro prima ancora che le parole entrino in gioco.
Il cuore commerciale dell’album è “There’s No Way Out of Here”, cover di un pezzo degli Unicorn che Gilmour trasforma in qualcosa di molto personale: è diventata negli anni una delle canzoni più amate del suo repertorio solista e resta il brano che meglio introduce il disco a chi non lo conosce. Accanto a essa, pezzi più venati di blues come “Cry From the Street” e “No Way”, debitori della lezione di B.B. King, alternano momenti più riflessivi come la ballata al pianoforte “So Far Away”.
Nel complesso è un disco che non cerca la rottura: chi ama il suono della chitarra di Gilmour nei dischi dei Pink Floyd di quegli anni troverà qui la stessa cifra stilistica, in una forma più diretta e meno concettuale, quasi un “quaderno di appunti” registrato in fretta e con grande naturalezza.
Accoglienza e ascolto oggi
Alla pubblicazione l’album fu accolto con favore, arrivando al numero 17 della classifica britannica e al numero 29 di quella statunitense, dove ottenne la certificazione d’oro. Non è un disco che punta a stupire quanto The Dark Side of the Moon o Wish You Were Here, ma va ascoltato per quello che è: la prima, sincera dichiarazione d’indipendenza artistica di uno dei chitarristi più influenti della storia del rock, registrata proprio negli anni in cui i Pink Floyd stavano costruendo alcuni dei capitoli più importanti della loro discografia.
Per chi vuole approfondire il contesto in cui nacque questo disco, su My Best Reviews trovate le recensioni di tutti gli album dei Pink Floyd citati in questo articolo, oltre alla storia completa della band.
Tracklist di David Gilmour
Side one
Mihalis 05:46
There’s No Way Out of Here 05:08
Cry from the Street 05:13
So Far Away 05:50
Side two
Short and Sweet 05:30
Raise My Rent 05:33
No Way 05:32
Deafinitely 04:27
I Can’t Breathe Anymore 03:04
David Gilmour è stato ripubblicato da EMI Records in Europa come CD rimasterizzato digitalmente il 14 agosto 2006. Legacy Recordings / Columbia Records ha pubblicato il CD rimasterizzato negli Stati Uniti e in Canada il 12 settembre 2006. Include le versioni estese di alcune tracce.
Mihalis 05:55
There’s No Way Out of Here 05:20
Cry from the Street 05:13
So Far Away 06:06
Short and Sweet 05:30
Raise My Rent 05:47
No Way 06:12
Deafinitely 04:27
I Can’t Breathe Anymore 03:43


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