Last Updated on 1 Maggio 2026 by Massimo M.
Ovvero: la malattia del completista e come i Pink Floyd riescono a renderla cronica
C’è un momento preciso nella vita di ogni collezionista in cui smette di comprare dischi perché gli piacciono e comincia a comprarli perché devono esserci. Non è più una questione di gusto. È una questione di completezza. Di ordine cosmico. Di quella sensazione insopportabile che da qualche parte, in qualche negozio o su qualche bancarella, esista una copia che ancora non hai.
Si chiama completismo, ed è una forma di ossessione talmente diffusa tra i collezionisti da essere considerata quasi una virtù. Quasi.
Il completista non colleziona per ascoltare. Colleziona per possedere l’insieme. E quando si tratta dei Pink Floyd, l’insieme è qualcosa di potenzialmente infinito.
Perché proprio i Pink Floyd?
Perché i Pink Floyd sono il gruppo perfetto per far impazzire un completista. Hanno una carriera lunghissima, quasi trent’anni di attività intensa, con una produzione discografica che non si limita agli album in studio ma si estende a colonne sonore, live album, box set, edizioni speciali, ristampe rimasterizzate, promo, picture disc, singoli rari e una quantità industriale di bootleg semi-ufficiali.
E poi ci sono i solisti. Waters, Gilmour, Wright, Mason, Barrett. Cinque carriere parallele, ognuna con la propria discografia, le proprie edizioni, le proprie rarità.
Insomma: se sei un completista e ti innamori dei Pink Floyd, hai scelto il percorso più lungo e più costoso che potessi trovare.
Partiamo dall’inizio.
Gli album in studio: il cuore della collezione
Qualsiasi completista che si rispetti parte da qui. Gli album in studio sono la spina dorsale, il punto fermo intorno al quale tutto il resto si organizza. I Pink Floyd ne hanno pubblicati quindici, e sono tutti imprescindibili — anche quelli che a qualcuno piacciono meno.
The Piper at the Gates of Dawn (1967) è il primo, quello di Syd Barrett, psichedelico e visionario, pubblicato negli stessi mesi del Pepper dei Beatles. Già qui il completista incomincia a sudare freddo: esistono la versione mono e quella stereo, la versione UK su Columbia e quella USA su Tower, e le differenze non sono solo formali.
A Saucerful of Secrets (1968) è il disco della transizione, con Barrett ancora presente su una traccia ma già sostituito da Gilmour. Doppia versione anche qui, mono e stereo, con copertine differenti a seconda del mercato.
Poi arrivano le colonne sonore. More (1969) e Obscured by Clouds (1972) sono spesso sottovalutate dai neofiti ma amate dai veri appassionati. Sono album minori? Forse. Ma fanno parte della discografia ufficiale, e un completista non può ignorarli.
Ummagumma (1969) è un caso a parte: doppio album, metà live e metà esperimenti solistici di ciascun membro. Un oggetto strano, difficile, che divide ancora oggi i fan.
Atom Heart Mother (1970) porta in copertina quella mucca celeberrima. Waters lo rinnega, Gilmour lo difende. Il completista lo compra in tutte le edizioni disponibili e non prende posizione.
Meddle (1971) è forse il disco più sottovalutato dei Floyd. Echoes, la suite che occupa tutto il secondo lato, è una delle cose più belle che abbiano mai scritto.
E poi arriva The Dark Side of the Moon (1973). Trentamila edizioni diverse nel mondo. Versioni con poster, con adesivi, senza poster, con l’ologramma, senza. Prima stampa UK su Harvest, prima stampa USA, edizioni giapponesi con obi strip, edizioni tedesche, edizioni promozionali. Se vuoi davvero tutto di questo disco solo, ci vuole uno scaffale intero. E un conto in banca generoso.
Tutte le diverse ristampe di TDSOFTM
1. Le Edizioni Vinile “Solid Blue” e le Prime Stampe (1973)
La primissima stampa britannica (Harvest, SHVL 804) è il “Sacro Graal”. Si riconosce per il triangolo blu pieno (solid blue) sull’etichetta del disco. Nelle stampe successive, il triangolo divenne solo un profilo azzurro.
Caratteristiche: Mastering analogico originale. Include i due iconici poster e i due adesivi che diventeranno lo standard per decenni.
2. Mobile Fidelity Sound Lab (MFSL) Original Master Recording (1979/1981)
Negli anni ’70, la MFSL iniziò a produrre versioni per audiofili utilizzando i nastri master originali e una velocità di incisione dimezzata (Half-Speed Mastering).
Caratteristiche: Una fedeltà sonora che superava le stampe standard dell’epoca. La versione “UHQR” (Ultra High Quality Record) del 1981 è ancora oggi una delle più ricercate dai collezionisti.
3. Il debutto in Digitale: Le versioni CD di the dark side of the moon (1984 – 1994)
Il primo approccio al CD avvenne con la stampa giapponese “Black Triangle” (1984), amata per la sua resa calda e poco compressa.
20th Anniversary Edition (1993): Uscita in un box set di cartone con cartoline. Fu il primo grande remaster digitale curato da James Guthrie.
4. Il 30th Anniversary Vinyl (2003)
Considerata da molti la miglior ristampa moderna in vinile.
Caratteristiche: Tagliata da Doug Sax partendo dai nastri analogici. Il suono è profondo, materico, e la confezione replica fedelmente l’originale con l’aggiunta di un nuovo poster celebrativo.
5. Immersion Box Set & Experience Edition (2011)
Parte della campagna Why Pink Floyd?, questa è l’edizione definitiva per chi vuole “scavare” nel disco.
Caratteristiche: Il box “Immersion” contiene 6 dischi, inclusi mix surround 5.1, il mix originale di Alan Parsons (precedentemente inedito) e materiale live del 1974. È qui che il concetto di “avere tutto” inizia a diventare reale grazie ai Blu-ray audio.
6. Il 50th Anniversary Deluxe Box Set (2023)
L’ultima grande uscita, un cofanetto monumentale che celebra mezzo secolo di vita del prisma.
Caratteristiche: Include il nuovo remaster 2023 in CD e Vinile, il leggendario concerto Live at Wembley 1974 (per la prima volta come album autonomo) e, soprattutto, il mix in Dolby Atmos su Blu-ray, che trasforma l’ascolto in un’esperienza tridimensionale completa.
Wish You Were Here (1975) arriva avvolto nel cellophane con l’adesivo dell’uomo in fiamme. Trovarlo ancora sigillato in quella confezione originale è uno dei sogni proibiti di qualsiasi collezionista.
Animals (1977) ha avuto nel 2022 una ristampa rimixata con copertina diversa — e sì, il completista l’ha già comprata, naturalmente.
The Wall (1979): doppio album, copertina minimalista, oltre trenta milioni di copie vendute nel mondo. Esiste la versione Discovery, la versione Experience, la versione Immersion con sette dischi. Il completista le vuole tutte e tre.
The Final Cut (1983) è il canto del cigno di Waters nei Floyd, un disco durissimo e bellissimo che divide ancora oggi i fan.
A Momentary Lapse of Reason (1987) segna la rinascita dei Floyd senza Waters. Accolto con freddezza dalla critica all’epoca, rivalutato negli anni. Anche questo ha avuto una nuova versione rimixata.
The Division Bell (1994): l’ultimo vero album dei Pink Floyd. Doppio vinile nella versione originale, copertina con le due facce metalliche. Trovare una prima stampa in ottime condizioni è sempre più difficile.
Infine The Endless River (2014), album postumo dedicato a Richard Wright. Controverso, strumentale per la maggior parte, ma ufficialmente parte della discografia. Il completista non ha scelta.
Per avere una visione d’insieme di tutta la discografia, con le etichette e i numeri di catalogo originali, rimando alla mia pagina dedicata alla discografia completa dei Pink Floyd.
I live album: quando la completezza si complica davvero
Se pensavi che gli album in studio fossero il limite, i live album ti faranno cambiare idea.
Delicate Sound of Thunder (1988) è il primo live ufficiale dei Floyd, pubblicato dopo trent’anni di carriera. Doppio album, sontuoso.
Pulse (1995) è l’altro grande live, registrato durante il Division Bell Tour. La versione originale in vinile aveva un LED lampeggiante sulla copertina — dettaglio di design memorabile che i collezionisti cercano ancora funzionante.
Is There Anybody Out There? The Wall Live 1980-81 (2000) è la registrazione integrale dello spettacolo di The Wall. Doppio CD, mai pubblicato in vinile fino alla ristampa recente.
Nel 2021 esce il Live in Knebworth originariamente registrato nel 1990.
Live at Wembley 1974 (2023) è uno degli ultimi arrivi, registrato durante l’apice del periodo creativo della band.
E poi c’è Pink Floyd at Pompeii – MCMLXXII (2025), l’ultima pubblicazione ufficiale: il leggendario concerto nell’anfiteatro di Pompei finalmente disponibile in versione vinile ufficiale. Per i completisti, ancora caldo di fabbrica.
Per il record store day del 2026 è stato pubblicato Live From The Los Angeles Sports Arena, April 26th , 1975. Album composto da 4 vinili stampati in edizione limitata
Le raccolte e le compilation: necessarie ma insidiose
Le compilation sono il terreno minato del completismo. Tecnicamente non sono indispensabili se hai già tutti gli album originali. Ma il completista lo sa che non è così semplice.
Relics (1971) raccoglie materiale raro e b-side difficili da trovare altrove sullo stesso supporto. A Nice Pair (1973) è la ristampa in doppio album di Piper e Saucerful, con una copertina completamente diversa — e quindi obbligatoria. Echoes: The Best of Pink Floyd (2001) include una selezione curata dalla band stessa, con qualche traccia rimasterizzata. Oh, by the way (2007) è il cofanetto con tutti gli album rimasterizzati, a cui nessun appassionato vero può resistere.
I singoli, i promo e i bootleg ripubblicati ufficialmente: il paradiso (e l’inferno) del completista
Arriviamo al territorio dove i completisti perdono il sonno. Gli album in studio li conosci, i live li hai comprati, le compilation le hai schedate. Ma i singoli? I promo? I bootleg ripubblicati ufficialmente? Qui si apre un abisso.
I Pink Floyd hanno avuto una relazione complicata con il formato singolo. Nella prima fase della loro carriera, quella Barrett, i 45 giri erano ancora il modo principale per sfondare nelle classifiche, e la band ne pubblicò cinque in rapida successione tra il 1967 e il 1968: Arnold Layne / Candy and a Currant Bun (1967), See Emily Play / The Scarecrow (1967), Apples and Oranges / Paintbox (1967), It Would Be So Nice / Julia Dream (1968) e infine Point Me at the Sky / Careful with That Axe, Eugene (1968). Quest’ultimo fu un flop commerciale clamoroso che convinse la band ad abbandonare quasi del tutto il formato singolo per quasi un decennio. Una scelta artistica netta, che però trasformò questi primi cinque 45 giri in oggetti rari e preziosissimi per i collezionisti.
Già trovare una copia originale UK su Columbia di Arnold Layne in buone condizioni è un’impresa. Trovarne una con la sleeve originale intatta è praticamente un miracolo.
Dopo il lungo silenzio arriva nel 1979 il singolo che cambia tutto: Another Brick in the Wall Part 2, quattro milioni di copie vendute, numero uno in UK e USA. Poi ancora qualche singolo negli anni Ottanta — When the Tigers Broke Free (1982), Not Now John (1983), On the Turning Away (1987) — e il rapporto con il formato 45 giri rimane sempre discontinuo, quasi riluttante.
Il capitolo dei promo è invece un universo a sé. Negli anni Settanta e Ottanta le etichette distribuivano regolarmente versioni speciali dei singoli per le radio, spesso su vinile colorato, in sleeve diverse da quelle commerciali, con etichette modificate e a volte con tracce esclusive sul lato B. Il caso più famoso è il Money del 1982, distribuito in UK come promo mono su vinile rosa con la scritta “For airplay use only – not for sale”: una rarità assoluta, uno di quei pezzi che se lo trovi a un prezzo ragionevole lo compri senza pensarci un secondo.
Poi, nel 2016, arriva qualcosa che manda in estasi i completisti di tutto il mondo: The Early Years 1965-1972, il monumentale box set di 27 dischi che oltre a ore e ore di materiale inedito include — udite udite — cinque repliche in vinile 7″ dei primi singoli UK, prodotte con le sleeve originali rifatte fedelmente e le etichette Columbia promo riprodotte nei minimi dettagli. Per chi non ha le possibilità (o la fortuna) di trovare gli originali, queste repliche sono la cosa più vicina all’esperienza autentica. Sono cinque piccoli gioielli: Arnold Layne, See Emily Play, Apples and Oranges, It Would Be So Nice e Point Me at the Sky, tutti catalogati con il prefisso PFREYS.
Non è finita. Nel 2019, il secondo grande box set The Later Years 1987-2019 aggiunge altri due singoli in vinile 7″ esclusivi: una versione live di Arnold Layne registrata al Syd Barrett Tribute Concert del 2007 — l’ultima apparizione pubblica di Gilmour, Mason e Wright insieme — e Lost for Words dalle prove del tour di Pulse all’Earl’s Court. Entrambi con lato B inciso (non registrato, proprio fisicamente inciso nel vinile) con immagini iconiche tratte dalla storia della band. Due pezzi che non esistono in nessun’altra forma e che già oggi sono difficili da trovare separatamente dal cofanetto.
E infine, nel 2022, un singolo del tutto inaspettato: Hey, Hey, Rise Up!, registrato con il cantante ucraino Andriy Khlyvnyuk in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Il primo inedito dei Pink Floyd in quasi otto anni, pubblicato su 45 giri con il ricavato destinato agli aiuti umanitari. Un disco che nessun completista poteva non comprare — e che in molti hanno comprato due volte, una per ascoltarlo e una per tenerlo chiuso nella busta.
I grandi box set: quando il completismo diventa un’opera d’arte
I box set meritano un discorso a parte perché rappresentano il punto di incontro ideale tra il completismo puro e il collezionismo di oggetti belli. Non sono solo dischi: sono archivi, biblioteche, musei portatili.
The Early Years 1965-1972 (2016) è probabilmente il box set più importante mai dedicato ai Pink Floyd. Ventisette dischi tra CD, DVD e Blu-ray, più di cento fotografie inedite, quaranta pezzi di memorabilia, e quei cinque singoli in vinile di cui abbiamo già parlato. Copre tutto il periodo pre-Dark Side, quello più sperimentale e psichedelico, con ore di materiale mai pubblicato incluse le BBC Sessions, registrazioni live rarissime e due brani inediti di Barrett — Vegetable Man e In the Beechwoods — mixati per la prima volta. Il prezzo di listino all’uscita superava i 450 euro. Oggi ne vale di più.
The Later Years 1987-2019 (2019) è il pendant per la seconda fase della band, diciotto dischi con i concerti di Venezia 1989 e Knebworth 1990 finalmente in versione ufficiale, una nuova versione rimixata di A Momentary Lapse of Reason con le parti di batteria di Mason ri-registrate, e materiale estratto dal mai pubblicato The Big Spliff, album parallelo a The Division Bell che sarebbe potuto diventare uno dei grandi dischi incompiuti della storia del rock.
Chi li possiede entrambi ha probabilmente la collezione floydiana più completa che sia possibile costruire legalmente. Probabilmente.
I solisti: un universo parallelo
E qui il completismo diventa una questione filosofica: dove finisce il collezionismo dei Pink Floyd e dove inizia quello dei singoli membri?
La risposta del completista è semplice: non finisce mai. Si espande.
David Gilmour ha una discografia solista relativamente contenuta ma di altissima qualità. Ho già recensito il suo primo album omonimo del 1978, un disco spesso trascurato ma che rivela già tutta la classe del chitarrista.
Roger Waters è quello che ha pubblicato di più da solista, e con la coerenza artistica che lo caratterizza. Ho recensito i tre album fondamentali della sua carriera solista: The Pros and Cons of Hitch Hiking (1984), Radio K.A.O.S. (1987) e il magnifico Amused to Death (1992).
E poi ci sono le discografie di Nick Mason, Richard Wright e naturalmente Syd Barrett, il fondatore, il genio folle, quello senza il quale i Pink Floyd probabilmente non sarebbero mai esistiti.
Allora, si può avere tutto?
La risposta onesta è: no.
Non perché manchino i soldi o lo spazio — anche se entrambe le cose aiuterebbero. Ma perché la discografia dei Pink Floyd, intesa in senso davvero completo, è un oggetto in continua espansione. Nuove ristampe, nuovi box set, nuovi live inediti escono con una regolarità sorprendente per un gruppo che non esiste più nella sua formazione classica.
Il completismo applicato ai Pink Floyd non è un traguardo. È un percorso. E come tutti i percorsi che valgono la pena, non ha una destinazione precisa — ha solo la prossima tappa.
Per chi vuole iniziare o approfondire, il punto di partenza migliore rimane la biografia dei Pink Floyd che ho pubblicato sul blog, e la discografia completa con tutte le etichette originali.
Il resto, come sempre, lo trovate qui su MyBestReviews — un disco alla volta.
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