Last Updated on 18 Giugno 2026 by Massimo M.
The Piper at the Gates of Dawn: la nascita del rock psichedelico secondo Syd Barrett
The Piper at the Gates of Dawn è uno di quei dischi che cambiano la storia della musica senza chiedere il permesso. Pubblicato il 5 agosto 1967, il disco d’esordio dei Pink Floyd è anche l’unico interamente concepito e guidato dal loro fondatore e chitarrista Syd Barrett: una visione così originale, così personalmente segnata, da risultare irripetibile.
Se ti stai avvicinando alla musica psichedelica anni Sessanta, questo album è una tappa obbligata. Lo abbiamo incluso anche nella nostra guida ai dieci dischi essenziali per comprendere la musica psichedelica, dove trovi il contesto più ampio del movimento che ha rivoluzionato il rock tra il 1966 e il 1969.
Il titolo: Pan, Kenneth Grahame e un libro per bambini
Il titolo dell’album non nasce dalla mente di un paroliere di professione, ma da un romanzo per bambini pubblicato nel 1908: Il vento tra i salici di Kenneth Grahame. Il settimo capitolo si intitola proprio The Piper at the Gates of Dawn e narra di un’apparizione del dio Pan all’alba, che gioca i suoi flauti mentre custodisce gli animali del fiume.
Barrett era ossessionato da quel libro. Secondo chi lo conosceva, amava dare agli amici l’impressione di essere lui stesso Pan, il suonatore di flauto all’alba. Anni dopo, nella canzone Shine On You Crazy Diamond, i Pink Floyd lo avrebbero omaggiato con il verso «you Piper», a conferma che quella metafora aveva attraversato l’intera mitologia della band.
Il titolo definitivo fu scelto tardi: fino al luglio 1967, solo un mese prima della pubblicazione, l’album si chiamava ancora Projection, un nome che rimandava alla mania dei Floyd per i light show con proiezioni di oli colorati che accompagnavano i loro concerti all’UFO Club di Londra. L’abbandono di Projection in favore del titolo letterario dice molto del Barrett di quel periodo: un giovane con la testa piena di libri, di fiabe, di cosmologia e di folclore inglese.
Abbey Road, estate 1967: i Beatles erano nella stanza accanto
Le registrazioni iniziarono il 21 febbraio 1967 negli studi EMI di Abbey Road, nello Studio 3. A pochi metri di distanza, nello Studio 2, i Beatles stavano ultimando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. I due album, entrambi pietre miliari della psichedelia, nacquero letteralmente fianco a fianco.
Non si trattò solo di una coincidenza geografica. Nick Mason ricordò che a un certo punto la band fu invitata a fare un salto nello Studio 2 ad assistere a una sessione di registrazione di Lovely Rita. E Syd Barrett usò per la prima volta una tecnica di chitarra slide con un accendino Zippo durante le registrazioni di See Emily Play, un’idea che probabilmente aveva mutuato dal collettivo d’avanguardia AMM, a cui assisteva spesso nei loro concerti sperimentali.
La produzione fu affidata a Norman Smith, veterano dell’EMI che aveva lavorato come ingegnere del suono con i Beatles fino a Rubber Soul. Era un uomo metodico, abituato alla disciplina di studio. Con Barrett fu un rapporto complicato fin dall’inizio. Smith avrebbe dichiarato in seguito: «Con Syd, alla fine capii che stavo perdendo tempo. Lui cantava una canzone, io lo chiamavo in studio e gli davo qualche consiglio. Poi tornava in sala e continuava a cantarla esattamente nello stesso modo, ignorando completamente quello che gli avevo detto.» Arrivò a definire le sessioni «assolutamente un inferno», aggiungendo di non aver mai lasciato una singola seduta senza una fortissima emicrania.
Curiosamente, Nick Mason nel suo libro autobiografico Inside Out ricordò lo stesso periodo in modo completamente diverso, descrivendolo come efficiente e privo di complicazioni. Due visioni opposte della stessa realtà: già allora, Syd Barrett era una figura che sfuggiva a qualsiasi definizione condivisa.
Aneddoti dalle sessioni: nomi perduti e melodie rubate
Molti brani dell’album nascono da storie che raramente emergono nelle recensioni di routine.
Lucifer Sam si chiamava originariamente Percy the Rat Catcher. Percy era il nome del gatto di Barrett, un animale reale, trasformato in personaggio da quel riff sinuoso e notturno. Quando il titolo divenne Lucifer Sam, il brano guadagnò una sfumatura oscura che il nome originale non avrebbe mai potuto evocare.
Matilda Mother nasceva dalle Cautionary Tales di Hilaire Belloc, un libro di filastrocche moralistiche per bambini. Barrett recitava quei versi direttamente sul palco durante i concerti, ma quando chiese i diritti per usarli in studio, l’editore li negò. Fu costretto a riscrivere da zero i testi, mantenendo però la struttura ritmica e l’atmosfera.
Interstellar Overdrive, il brano strumentale più lungo del disco (quasi dieci minuti nella versione UK), ha un’origine surreale. Peter Jenner, il manager dei Floyd, canticchiò una volta una melodia che non riusciva a ricordare da dove venisse. Barrett la raccolse al volo e la usò come base per costruire quello che sarebbe diventato il brano manifesto della psichedelia britannica. Roger Waters avrebbe confessato in seguito che il riff somigliava al tema di Steptoe and Son, una popolare sitcom britannica degli anni Sessanta. Da una sigla televisiva a un viaggio cosmico: il salto era tipicamente floydiano.
Per quanto riguarda la copertina, il fotografo Vic Singh, che condivideva uno studio con David Bailey e aveva ottimi rapporti con i Beatles, scelse di usare una lente prismatica che gli aveva regalato George Harrison. Chiese alla band di portare abiti coloratissimi, e Barrett si lanciò in diversi cambi d’abito entusiasti prima che venisse scattata la foto definitiva con una Hasselblad a colori. Sul retro copertina, una silhouette della band disegnata da Barrett stesso.
Syd Barrett: il pifferaio che stava perdendo il filo
A metà delle sessioni di registrazione, qualcosa cominciò a cambiare. Barrett, che fino ad allora era stato descritto da tutti come solare, aperto, pieno di energia creativa, divenne progressivamente più chiuso, imprevedibile, distante. David Gilmour, suo amico d’infanzia di Cambridge, andò a trovarlo in studio durante le registrazioni di See Emily Play e si accorse che qualcosa non andava: «Syd non sembrava riconoscermi e si limitò a fissarmi. Imparai a conoscere bene quello sguardo, ed è lì che capii che era cambiato. Era un’altra persona.»
Il tabloid News of the World aveva pubblicato un articolo nove giorni prima dell’inizio delle sessioni, dichiarando che i Pink Floyd erano specialisti in «musica psichedelica progettata per illustrare le esperienze da LSD». La realtà era più sfumata: degli altri membri, nessuno faceva uso regolare di LSD. Solo Barrett. E a quelle dosi, Barrett aggiungeva cannabis e occasionali pillole di Mandrax, un sedativo che produce effetti simili alla morfina se combinato con alcol.
Nel giugno 1967, prima ancora che l’album uscisse, al National Jazz and Blues Festival di Windsor la band fu costretta a cancellare la propria esibizione, comunicando alla stampa che Barrett soffriva di «esaurimento nervoso». Al Fillmore di San Francisco, durante il tour americano di supporto all’album, Barrett rallentò lentamente la tensione delle corde durante Interstellar Overdrive fino a produrre un suono sempre più dissonante e atono. Il pubblico impazzì. I suoi compagni di band non sapevano se ridere o piangere.
Il momento più emblematico avvenne quando Roger Waters e il manager Peter Jenner dovettero letteralmente portarlo in braccio sul palco. La band attaccò a suonare. Barrett rimase immobile, la chitarra appesa al collo, per tutta la durata del concerto.
L’EMI diede carta bianca e il risultato fu straordinario
La EMI, all’epoca, non sapeva bene cosa fare con i Pink Floyd. L’accordo era stato mediato da Norman Smith e prevedeva un anticipo di 5.000 sterline, una cifra considerevole per l’epoca, che Smith aveva strappato a denti stretti alla label, mettendoci personalmente la faccia. In cambio, la EMI impose Smith come produttore, estromettendo Joe Boyd, il produttore americano che aveva già lavorato coi Floyd sui loro primissimi singoli. Nick Mason commentò: «Joe avrebbe lasciato a Syd più libertà, gli avrebbe lasciato correre senza freni. Norman era più interessato a farci sembrare una classica rock band.»
La EMI però lasciò ampia libertà creativa, non sapeva esattamente che genere di band aveva firmato. Il risultato fu un album che fece uso spregiudicato di eco, riverbero, ADT (automatic double tracking) e della leggendaria camera d’eco in piastrelle di Abbey Road, costruita nel 1931. Barrett cantava in un booth di isolamento vocale perché la sua voce era troppo soffice per i microfoni, e brani come Matilda Mother richiesero fino a cinque sessioni di overdub prima di essere mixati.
Le versioni internazionali di the piper at the gates of dawn: da Londra a Tokyo
Versione UK (EMI/Columbia, SX 6157): L’originale, uscita il 5 agosto 1967 in mono, seguita circa un mese dopo dalla versione stereo. Undici tracce, in quella sequenza voluta da Barrett.
Versione USA (Tower Records, ST 5093): Uscita in ottobre 1967, contestualmente al tour americano della band. Il titolo fu ridotto a Pink Floyd (con il titolo originale comunque indicato sul retro). Astronomy Domine, Flaming e Bike furono eliminate e sostituite dal singolo See Emily Play. L’ordine dei brani fu stravolto: la versione americana di Interstellar Overdrive termina in dissolvenza invece di confluire direttamente in The Gnome, spezzando un collegamento che Barrett aveva pensato con cura. Negli USA, Flaming fu anche distribuita come singolo.
Versione giapponese: Identica all’originale britannica, con l’aggiunta di See Emily Play come ultima traccia. Considerata da molti collezionisti la pubblicazione internazionale più completa.
Versione italiana: Come spesso accadeva con il mercato discografico italiano dell’epoca, arrivò con un ritardo di quattro anni rispetto al Regno Unito, accompagnata da una copertina completamente diversa dall’originale.
L’edizione del 40° anniversario (2007)
Nel 2007, per celebrare i quarant’anni dalla pubblicazione, fu realizzata una tripla edizione deluxe di grande eleganza. Il packaging fu progettato da Storm Thorgerson, lo stesso che aveva firmato, tra le altre, la copertina di The Dark Side of the Moon, e si presenta come un libro rilegato in tela contenente una riproduzione di un quaderno di Syd Barrett.
Il primo disco raccoglie il missaggio mono originale, il secondo la versione stereo, entrambi rimasterizzati da James Guthrie. Il terzo disco è quello che i fan attendevano da decenni: include outtake dall’era di Piper, i primi tre singoli in mono e alcuni inediti assoluti, tra cui un take alternativo e più breve di Interstellar Overdrive che si credeva perduto, un mix alternativo di Matilda Mother nelle versioni iniziali delle sessioni, e il mix stereo del 1967 di Apples and Oranges con materiale extra alle estremità del nastro mai udito prima.
La ricezione critica: da pietra miliare a classico eterno
All’uscita, sia Record Mirror che il NME diedero al disco quattro stelle su cinque. La rivista Q lo ha definito «indispensabile» e lo ha incluso nella lista dei migliori album psichedelici di tutti i tempi. Mojo lo ha posizionato al quarantesimo posto tra i cinquanta album più estremi mai pubblicati. Nel 1999, Rolling Stone gli assegnò quattro stelle e mezzo su cinque, definendolo «il capolavoro di Syd Barrett». Pete Townshend degli Who si trovò invece in posizione critica: a suo giudizio l’album non rendeva giustizia alle performance live dei Floyd, troppo selvagge e libere per essere imbrigliate in canzoni di tre minuti. Paradossalmente, Townshend aveva ragione su un piano tecnico e torto su tutto il resto.
Nella classifica dei 500 migliori album di sempre di Rolling Stone (edizione 2012), The Piper at the Gates of Dawn compare al 347° posto. Il NME lo ha collocato al quarto posto nella sua Top 10 degli album psichedelici di tutti i tempi.
Tracklist
Versione UK
Lato A
1. Astronomy Domine – 4:12
2. Lucifer Sam – 3:07
3. Matilda Mother – 3:08
4. Flaming – 2:46
5. Pow R. Toc H. – 4:26
6. Take Up Thy Stethoscope and Walk – 3:05
Lato B
7. Interstellar Overdrive – 9:41
8. The Gnome – 2:13
9. Chapter 24 – 3:42
10. The Scarecrow – 2:11
11. Bike – 3:21
Versione USA
Lato A
1. See Emily Play – 2:54
2. Pow R. Toc H. – 4:26
3. Take Up Thy Stethoscope and Walk – 3:05
4. Lucifer Sam – 3:07
5. Matilda Mother – 3:08
Lato B
6. The Scarecrow – 2:11
7. The Gnome – 2:13
8. Chapter 24 – 3:42
9. Interstellar Overdrive – 9:41
Un’eredità senza fine
Syd Barrett lasciò i Pink Floyd nei primi mesi del 1968. La band non andò a raccoglierlo prima di un concerto all’Università di Southampton, il 26 gennaio: fu la fine silenziosa di un’era. David Gilmour prese il suo posto, e la storia che seguì, Meddle, The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, è una delle più grandi della storia del rock. Ma senza Syd Barrett, senza quel primo lampo folle e meraviglioso, non sarebbe mai esistita.
Wish You Were Here è dedicato a lui. Shine On You Crazy Diamond è su di lui. Brain Damage parla di lui. I Pink Floyd hanno continuato a portarsi Syd dentro per trent’anni, come un debito, come un rimpianto, come una fonte di ispirazione che non si esaurisce.
The Piper at the Gates of Dawn rimane il documento di un momento irripetibile: un giovane di Cambridge di ventidue anni che prendeva le fiabe inglesi, la cosmologia, l’I Ching e il blues, li frullava insieme con l’LSD e con un chitarrismo istintivo e originalissimo, e ne ricavava qualcosa che il mondo non aveva mai sentito prima. Il pifferaio all’alba, appunto e dopo quell’alba niente fu più come prima.



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