Last Updated on 11 Giugno 2026 by Massimo M.
È possibile avere tutto, ma proprio tutto, dei Led Zeppelin?

Ovvero: come nove album in studio possono distruggerti la vita (e il portafoglio)
Nel primo episodio di questa serie avevo cercato di rispondere a una domanda apparentemente semplice: si può avere tutto dei Pink Floyd? La risposta, come ricorderete, era stata un onesto no,non perché manchino i mezzi, ma perché la discografia floydiana è un universo in espansione continua, senza un confine definitivo.
I Led Zeppelin sembrano, a prima vista, un caso completamente diverso. Nove album in studio. Carriera attiva di dodici anni. Nessun membro sostituito. Scioglimento definitivo e traumatico nel 1980, dopo la morte di John Bonham. Un catalogo chiuso, compatto, circoscritto.
Sembrano, appunto.
Perché anche qui, come per i Floyd, il completismo trova il modo di trasformare qualcosa di apparentemente gestibile in un’ossessione senza fondo. Solo che i Led Zeppelin lo fanno a modo loro: con meno quantità e più intensità. Meno dischi, ma ogni disco esiste in una quantità di varianti, pressioni e edizioni che farebbe impallidire chiunque. Meno compilation, ma box set da duecentocinquanta euro che contengono nastri inediti mixati da Jimmy Page in persona.
Insomma: diverso dai Floyd, ma ugualmente pericoloso.
Partiamo dall’inizio.
Gli album in studio: nove dischi, infiniti problemi
Nove album. Si contano sulle dita delle mani. E tuttavia, se volete davvero tutto di quei nove album, ogni stampa alternativa significativa, ogni variante di etichetta, ogni edizione rimasterizzata degna di nota, avete davanti a voi anni di lavoro e una cifra che non voglio nemmeno stimare.
Led Zeppelin I (1969) è il punto di partenza obbligatorio e il primo campo minato. La prima stampa UK su Atlantic è già di per sé un oggetto leggendario, ma esistono varianti di etichetta che i collezionisti più accaniti distinguono con una precisione quasi scientifica: l’etichetta “turquoise” con il logo Atlantic in turchese, quella “plum” bordeaux, la transizione alla “red and plum”. La prima stampa USA ha le sue particolarità. Quella tedesca ha le sue. E naturalmente il completista le vuole tutte, o almeno le più significative.
Led Zeppelin II (1969), uscito a soli otto mesi dal primo, è forse il disco più importante della storia dell’hard rock. Whole Lotta Love da sola vale una carriera. Anche qui: varianti di etichetta, differenze tra stampe UK e USA, la questione del mastering originale contro le ristampe successive. Il completista inizia a prendere appunti.
Led Zeppelin III (1970) è famoso quasi quanto per la copertina girevole in cartone — la rota con le immagini che cambiano attraverso i fori — quanto per la musica. Trovarne una copia originale con la rota intatta, funzionante e non strappata è già una piccola vittoria. Trovarne una in condizioni NM è praticamente un colpo di fortuna.
Led Zeppelin IV (1971), che ufficialmente non ha titolo, ma tutti chiamano IV, o Zoso, o Four Symbols , è il disco di Stairway to Heaven e di When the Levee Breaks, forse il miglior suono di batteria mai catturato su nastro. Non ha titolo, non ha nome della band in copertina, non ha nemmeno un numero di catalogo visibile. Gesto di pura arroganza artistica. Il completista apprezza.
Ma è sull’etichetta che Zoso riesce a superare se stesso in quanto a complessità collezionistica. La prima uscita UK su Atlantic in rosso/prugna era già piena di errori: la runa a forma di piuma sul lato B era rovesciata. La seconda uscita la corresse. La terza aggiunse degli sticker per sistemare il riferimento alla produzione di Peter Grant e la dicitura Kinney Music. La quarta stampò le correzioni direttamente, ma nel farlo trasformò “Misty Mountain Hop” in “Misty Mountain Top“. Solo alla quinta uscita tutto era finalmente a posto — e fu anche l’ultima con l’etichetta rosso/prugna, prima del passaggio all’arancio/verde Atlantic delle stampe successive. A completare il quadro, per il mercato americano esisteva anche una versione white label promozionale con la scritta “promotional copy not for sale”, che oggi raggiunge quotazioni decisamente interessanti. Ho documentato per esteso tutta questa progressione nell’articolo dedicato alle cinque varianti delle etichette di Zoso: cinque versioni dello stesso disco, ognuna la correzione dell’errore precedente, ognuna obbligatoria per un completista che voglia raccontare la storia completa di questo vinile.
Houses of the Holy (1973) ha una delle copertine più iconiche e discusse del rock. Musicalmente è il disco più vario dei Zeppelin, quello in cui cominciano a sperimentare con funk, reggae e arrangiamenti orchestrali. Prima stampa UK su Atlantic, la solita trafila di varianti.
Physical Graffiti (1975) è il doppio album, il capolavoro assoluto secondo molti, la summa di tutto quello che i Led Zeppelin avevano esplorato fino a quel momento. La copertina con le finestre ritagliate e i foglietti interni che cambiano le immagini è un altro oggetto di design memorabile — e un altro incubo per chi vuole trovarla integra.
Presence (1976) è il disco più buio e compatto, registrato in due settimane mentre Plant si riprendeva da un incidente d’auto. Sottovalutato per anni, rivalutato poi come uno dei più intensi.
In Through the Out Door (1979) merita un discorso a parte, perché è il disco che meglio di qualsiasi altro dimostra come i Led Zeppelin non stessero solo facendo musica, ma stessero costruendo oggetti. La copertina — realizzata dallo Studio Hipgnosis di Storm Thorgerson — ritrae una scena in un bar americano anni Quaranta, con un uomo in completo bianco intento a bruciare una lettera. Fin qui, niente di straordinario. Il colpo di genio è che quella scena viene fotografata sei volte, dal punto di vista di sei personaggi diversi presenti nel bar: il ragazzo sulla porta, la donna bionda al bancone, il barista, la donna di colore che ride in fondo alla sala, il pianista, la donna bruna vicino al jukebox. Sei copertine diverse, identificate ciascuna da una lettera — dalla A alla F stampata sulla costola — e vendute tutte dentro la stessa anonima busta beige, così che all’acquisto fosse impossibile sapere quale versione si stesse portando a casa.

Come se non bastasse, il disco contiene anche un settimo punto di vista — quello dell’uomo col cappello, il protagonista — stampato nelle foto interne in bianco e nero con una caratteristica tenuta deliberatamente nascosta: le immagini si colorano a contatto con l’acqua. Le note di copertina non ne fanno menzione. Doveva essere una scoperta accidentale.
Il risultato pratico per il completista è brutale: sei copertine, tutte obbligatorie, alcune con piccoli errori di continuità tra una variante e l’altra che i collezionisti più attenti hanno catalogato con meticolosità quasi scientifica. Ho dedicato a questo disco un articolo specifico sulle sei varianti della copertina, se volete capire esattamente cosa vi aspetta, è lì che trovate tutti i dettagli.
Coda (1982), pubblicato postumo dopo lo scioglimento, raccoglie materiale inedito da varie sessioni. Disco minore nel senso più letterale: una coda, appunto. Ma fa parte della discografia ufficiale, e il completista non ha scelta.
I remaster di Jimmy Page: quando il catalogo si reinventa
Nel 1994 arriva la prima grande rimasterizzazione ufficiale dell’intero catalogo, supervisionata da Jimmy Page. Quattro box set da due CD ciascuno, con materiale bonus inedito: outtake, versioni alternative, brani mai pubblicati. Per chi aveva già tutto in vinile, ecco un motivo validissimo per ricomprare tutto in CD.
Ma il vero terremoto arriva vent’anni dopo.
Tra il 2014 e il 2015, Page supervisiona una nuova serie di remaster per tutti e nove gli album. Ogni titolo viene pubblicato in tre formati: il CD standard, il “Deluxe Edition” con un secondo disco di materiale companion inedito, e il doppio vinile rimasterizzato. Per il completista questo significa, in linea di principio, tre acquisti per ogni album. Moltiplicato per nove. Fate voi il calcolo.
Il materiale companion è di qualità altissima: non si tratta di demo irrilevanti o di outtake di ripiego, ma di versioni alternate, session BBC, registrazioni live contemporanee alle sessioni in studio. Sono dischi che si ascoltano, non si archiviano.
I live album: pochi, ma enormi
I Led Zeppelin erano, per consenso quasi universale, una delle migliori band live della loro epoca. Eppure per decenni l’unico live ufficiale disponibile fu un disco controverso.
The Song Remains the Same (1976) è la colonna sonora del film omonimo, registrata al Madison Square Garden nel 1973. Per anni fu oggetto di critiche: sonically non impeccabile, con qualche sovraincisione in studio. Il completista lo compra comunque, ovviamente, e poi si lamenta della qualità sonora con chiunque voglia ascoltarlo.
BBC Sessions (1997) è una delle grandi rivelazioni del catalogo postumo: le registrazioni per la BBC tra il 1969 e il 1971, con una band al massimo della sua energia e del suo furore creativo. Il suono è cristallino, le performance sono leggendarie. È il live che avrebbero dovuto pubblicare subito.
How the West Was Won (2003) è il monumento: tre CD di registrazioni live del 1972 da Los Angeles, mixate da Page con tutti i mezzi moderni. È uno dei live album più belli che esistano, in qualsiasi genere. Esiste anche in versione vinile quadrupla.
I box set: il completismo come sport estremo
Led Zeppelin (1990) è il primo grande box set ufficiale, quattro CD con i classici rimasterizzati e qualche rarità. Fu rivoluzionario al momento dell’uscita. Oggi è il punto di partenza per chi vuole capire la band, ma per il completista vero è solo l’inizio.
Early Days & Latter Days (1999/2000) è la versione “economica” dello stesso materiale, divisa in due doppi CD. Utile, ma non essenziale se si hanno già gli originali.
Il vero oggetto del desiderio, però, è il cofanetto che non esiste ancora nella forma definitiva che il completista vorrebbe. Page ha promesso per anni un grande box set archivistico sull’esempio di quanto fatto da altri artisti. Nel frattempo, i remaster del 2014-2015 sono la cosa più vicina a quell’ideale.
E poi c’è Celebration Day (2012): il concerto di reunion all’O2 Arena di Londra nel 2007, con Jason Bonham al posto del padre. Due CD, DVD e Blu-ray. Tecnicamente non è un “vero” album dei Led Zeppelin — manca John Bonham, e questo per la band ha sempre significato tutto. Ma è ufficiale, è splendido, e il completista non può non averlo.
I singoli: una storia di deliberata assenza
E qui arriviamo a uno dei tratti distintivi dei Led Zeppelin che li accomuna ai Pink Floyd: il rapporto complicato, quasi ostile, con il formato singolo.
In UK i Led Zeppelin non pubblicarono nessun singolo commerciale per tutta la loro carriera attiva. Zero. Una scelta consapevole e provocatoria in un’epoca in cui le classifiche dei 45 giri erano ancora il termometro principale del successo. Page e manager Peter Grant volevano che la gente comprasse gli album interi, non le canzoni singole. Stairway to Heaven non uscì mai come singolo ufficiale in UK.
Negli USA la politica era leggermente diversa: qualche singolo fu pubblicato, soprattutto nei primi anni, spesso senza il consenso entusiasta della band. Whole Lotta Love (1969) uscì come 45 giri americano in versione editata — e questa versione rimane una delle rarità più cercate dai collezionisti, perché rappresenta esattamente quello che la band non voleva fare.
Il mercato dei promo americani è terreno fertile per l’ossessione: pressioni in mono per la radio, sleeve esclusive, etichette con scritte “Not for sale” che ovviamente oggi si vendono a prezzi esorbitanti.
I solisti: un universo più contenuto, ma non meno impegnativo
A differenza dei Pink Floyd, dove ogni membro aveva una carriera solista più o meno prolifica, i Led Zeppelin si dispersero in direzioni molto diverse dopo lo scioglimento.
Jimmy Page ha una discografia solista relativamente contenuta. Outrider (1988) è l’unico vero album solista. Poi ci sono i progetti con i vari supergruppi: i Firm con Paul Rodgers, Page/Plant con Robert Plant negli anni Novanta — due album, No Quarter (1994) e Walking into Clarksdale (1998) — e la collaborazione con The Black Crowes per il live Live at the Greek (2000).
Robert Plant è quello che ha lavorato di più e con più coerenza artistica, costruendo una carriera solista di tutto rispetto dagli anni Ottanta a oggi, con album che esplorano territory sempre nuovi — dal folk-rock al Medio Oriente, fino alla collaborazione con Alison Krauss in Raising Sand (2007), disco che vinse il Grammy per l’album dell’anno.
John Paul Jones ha avuto una carriera solista discreta ma interessante, incluse collaborazioni con Diamanda Galás e il supergruppo Them Crooked Vultures con Dave Grohl e Josh Homme.
Di John Bonham non c’è ovviamente una carriera solista. Ma il completista di buona volontà sa che esistono registrazioni dei Bonham, il gruppo del figlio Jason, e che la storia del grande batterista non si esaurisce con i nove album dei Zeppelin.
Allora, si può avere tutto dei Led Zeppelin?
La situazione è, paradossalmente, più semplice e più difficile di quella dei Pink Floyd.
Più semplice perché il catalogo ufficiale è definito: nove album, tre live maggiori, qualche box set. Non c’è la proliferazione infinita di edizioni speciali fioydiane, non ci sono nuovi inediti che escono ogni anno con la cadenza di una ristampa celebrativa.
Più difficile perché ogni singolo disco esiste in una densità di pressioni storiche, varianti di etichetta ed edizioni geografiche che richiede anni di studio solo per capire cosa si sta cercando. E perché Jimmy Page è un perfezionista che considera il suono della prima pressione UK come l’unico suono vero, il che significa che il completista serio non può fermarsi alle ristampe, per quanto curate.
Come per i Pink Floyd, la risposta onesta è no, non si può avere tutto. Non nel senso assoluto. Ma si può costruire una collezione che sia, a tutti gli effetti pratici, completa, e quel percorso, fatto di ricerche nei mercatini, di acquisti su Discogs alle due di notte, di confronti tra stampe diverse sullo stesso giradischi, è esattamente quello che rende il collezionismo qualcosa di più di un semplice acquisto.
I Led Zeppelin, del resto, non hanno mai fatto niente di semplice.
Il prossimo episodio di questa serie sarà dedicato a un’altra band capace di mandare in crisi qualsiasi completista. Nel frattempo, per chi vuole approfondire, rimando alla discografia completa dei Led Zeppelin e alle recensioni dei singoli album linkate nel testo.

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