In Through The Out Door

In Through the Out Door – Led Zeppelin (1979)

Last Updated on 7 Luglio 2026 by Massimo M.

In Through the Out Door – Led Zeppelin (1979)

Ovvero: il disco di chi rimase, e perché vale la pena ascoltarlo (e possederlo) fino in fondo


In Through The Out Door

C’è un modo sbagliato di avvicinarsi a In Through the Out Door, e quasi tutti lo fanno. Si arriva da Physical Graffiti, da Presence, magari dall’intera cavalcata dei primi sei album, con le aspettative calibrate su una band al massimo della potenza e della coesione. E poi si mette il disco sul piatto e si rimane disorientati. Dov’è la chitarra di Page? Dov’è la furia di Bonham? Perché tutto suona così… levigato?

La risposta è nella storia di questo disco, che è anche la storia di una band che stava implodendo senza saperlo — o forse sapendolo benissimo, e scegliendo comunque di andare avanti.


Il contesto: una band ai margini di se stessa

Quando i Led Zeppelin entrarono ai Polar Studios di Stoccolma nel novembre del 1978, erano già un’entità profondamente diversa da quella che aveva inciso Led Zeppelin IV o Physical Graffiti. Robert Plant stava ancora elaborando la perdita del figlio Karac, morto di gastroenterite nell’estate del 1977 mentre la band era in tour negli Stati Uniti. Jimmy Page era sempre più consumato dalla dipendenza dall’eroina, in certi giorni faticava persino a presentarsi alle sessioni. John Bonham beveva in modo incontrollabile.

In questo vuoto, fu John Paul Jones a prendere in mano le redini creative. Insieme a Plant, compose la maggior parte del materiale. Il risultato è un disco che porta la sua impronta in modo inequivocabile: tastiere in primo piano, arrangiamenti sofisticati, una patina pop che non aveva precedenti nella discografia degli Zeppelin. Per alcuni fu un tradimento. Per altri, una delle evoluzioni più oneste e coraggiose della band.

La verità, come sempre, sta nel mezzo, ma pende decisamente verso il secondo campo.


Il disco, traccia per traccia

In the Evening apre il disco con uno dei riff più potenti degli ultimi anni di Page, costruito su un drone ipnotico che cresce lentamente prima di esplodere. È il pezzo più “classicamente zeppeliniano” dell’album, quello che rassicura chi teme di aver perso la band. Plant canta con una disperazione autentica che, conoscendo il contesto, fa quasi male ascoltare. È anche il brano che dimostra come, anche ridotto ai minimi termini, Page sapesse ancora costruire un’atmosfera come pochi altri chitarristi al mondo.

South Bound Suarez è il primo cambio di registro netto: blues-rock sbarazzino, quasi ballabile, con Jones al piano elettrico che guida tutta la struttura. È un pezzo minore nel senso migliore del termine, non ambisce a essere Kashmir, si limita a essere una canzone splendida nel suo genere, e ci riesce.

Fool in the Rain è il brano più anomalo e più amato dell’album. Struttura in due parti: una ballata pop sofisticata con un arrangiamento quasi bossa nova — synth, ritmo sincopato, Plant che canta con una leggerezza inedita — che a metà si interrompe per lasciare spazio a un intermezzo funk-shuffle con Bonham che dimostra, per l’ultima volta su disco, di essere un batterista in una categoria completamente sua. Fu anche l’unico singolo americano dell’album. Funzionò.

Hot Dog è country-rock senza troppe pretese, un pezzo quasi scanzonato che Plant avrebbe potuto incidere da solista. Non è il punto più alto del disco, ma ha una leggerezza che, nel contesto dell’album, funziona come un respiro.

Carouselambra è il pezzo che divide ancora oggi i fan. Undici minuti dominati dall’Hammond di Jones, con la chitarra di Page relegata quasi a elemento di sfondo, una scelta che all’epoca fece discutere e che Page stesso ammise di non aver gradito in sede di mixaggio. Ma ascoltato senza pregiudizi, è un brano di straordinaria complessità strutturale: cambia tempo, cambia umore, cambia chiave con una fluidità che pochi gruppi rock avrebbero potuto permettersi. Il testo di Plant, denso di allegorie oscure, non ha mai ricevuto l’attenzione critica che merita.

All My Love è la canzone più personale e commovente dell’album, scritta da Plant in memoria del figlio Karac. Melodia da ballata pop impeccabile, arrangiamento orchestrale curato da Jones, un testo che non ha nulla della retorica del lutto ma tutto dell’elaborazione privata e dolorosa. Page non la amava — la considerava troppo commerciale, troppo lontana dall’anima della band. Aveva torto. È uno dei momenti più belli dell’intera discografia degli Zeppelin, e uno di quelli che invecchiano meglio.

I’m Gonna Crawl chiude l’album nel modo più inaspettato: una slow blues di rara intensità, con Page che torna protagonista assoluto con una performance chitarristica che ricorda i momenti migliori di Presence. Plant canta con una voce che sembra aver già accettato qualcosa. Non sai bene cosa, ma lo senti. È una chiusura perfetta per un disco pieno di congedi non dichiarati.


Perché è meglio di quanto si dica

In Through the Out Door ha sofferto per decenni di una reputazione che non si meritava, costruita in gran parte sul confronto con i capolavori precedenti — confronto che nessun disco avrebbe potuto reggere. Giudicato per quello che è, senza il peso di ciò che era venuto prima, è un album di qualità altissima: ben suonato, ben arrangiato, emotivamente denso e musicalmente coraggioso.

Il fatto che Jones e Plant abbiano tenuto in piedi la band in un momento in cui gli altri due stavano letteralmente cadendo a pezzi è qualcosa che emerge chiaramente dall’ascolto. C’è una cura, una precisione, una voglia di fare le cose bene che in certi momenti commuove — specialmente se si sa che di lì a poco tutto sarebbe finito.

È anche, paradossalmente, il disco più moderno della discografia degli Zeppelin: quello che invecchia meglio, quello che suona meno datato ascoltato oggi. Le scelte di Jones — le tastiere, gli arrangiamenti pop, la struttura ritmica di Fool in the Rain — sembrano anticipare cose che il rock avrebbe scoperto qualche anno dopo.


Il disco come oggetto da collezione

E poi c’è la questione che interessa ogni collezionista che si rispetti: In Through the Out Door come oggetto fisico è uno dei casi più straordinari e deliberatamente folli della storia del packaging discografico.

La copertina — realizzata dallo Studio Hipgnosis di Storm Thorgerson — ritrae una scena in un bar americano in bianco e nero virato seppia, con un uomo in completo bianco che brucia una lettera. Fin qui, niente di straordinario. Il colpo di genio è che quella scena venne fotografata sei volte, ognuna dal punto di vista di un personaggio diverso presente nel bar. Sei copertine distinte, identificate da una lettera dalla A alla F stampata sulla costola, vendute dentro una busta beige anonima: impossibile sapere quale versione si stesse comprando fino all’apertura.

Il disco contiene inoltre fotografie interne stampate in bianco e nero con un’inchiostro speciale che si colora a contatto con l’acqua — dettaglio tenuto volutamente nascosto nelle note di copertina, pensato per essere scoperto per caso, magari molto tempo dopo l’acquisto.

Per chi vuole approfondire ogni variante, con le differenze tra front e back cover e le curiosità di continuità tra una versione e l’altra, rimando all’articolo dedicato specificamente alle sei varianti della copertina di In Through the Out Door: un pezzo che spiega meglio di qualsiasi altra cosa perché questo disco sia, al tempo stesso, un capolavoro di musica e un oggetto da collezione fuori dal comune.


Le edizioni da cercare

La prima stampa UK su Swan Song (etichetta della band stessa) è l’edizione di riferimento per i collezionisti. Quella completa di busta beige intatta, con la lettera sulla costola ancora leggibile, vale significativamente di più sul mercato secondario.

La ristampa del 2015 nell’ambito della campagna remaster di Jimmy Page è l’edizione moderna consigliata per l’ascolto: doppio vinile, mastering curato, packaging fedele all’originale. Non sostituisce la prima stampa, ma ci va vicino nell’esperienza d’ascolto.


In sintesi

In Through the Out Door non è il miglior disco dei Led Zeppelin. Non è Led Zeppelin IV, non è Physical Graffiti. Ma è un disco onesto, maturo, suonato da musicisti che stavano attraversando momenti difficilissimi e che hanno scelto di fare comunque le cose per bene. E in certi momenti — in All My Love, in I’m Gonna Crawl, nei passaggi migliori di Carouselambra — è qualcosa di più: è una band che si congeda senza saperlo ancora, e lo fa con una grazia che fa quasi male.

Vale la pena averlo. Vale la pena ascoltarlo. E se riuscite a trovarne una copia originale con la busta beige intatta, vale la pena anche tenerla con la cura che merita.


Pubblicato su Swan Song Records, 1979 Produzione: Jimmy Page Registrato ai Polar Studios, Stoccolma, novembre-dicembre 1978


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