Last Updated on 27 Gennaio 2026 by Massimo M.
La settima fatica artistica pubblicata dai Camel si intitola I Can See Your House From Here e vede la luce nel 1979.
Alla fine degli anni settanta gran parte delle super band che hanno caratterizzato la fine degli anni sessanta e la prima metà dei settanta sono sparite o sono profondamente cambiate sia nella formazione che negli intenti artistici. Il movimento punk urlava tutta la sua rabbia e il disgusto per l’establishment e per i vecchi “dinosauri” del rock. A breve tutti sarebbero stati travolti e stravolti dall’avvento della grande onda elettro pop, ma questo è un altro discorso.
Quello che conta sapere è che anche i Camel risentono senza dubbio del periodo nero che quasi tutti gli ex eroi degli anni Settanta stanno vivendo. Oltre alla ovvia crisi artistica, dovuta al contesto culturale del momento, la band infatti patisce l’abbandono di Peter Bardens, elemento centrale dei Camel, al quale seguono le defezioni di Richard e David Sinclair.
Dopo qualche sbandamento e dopo aver sperimentato almeno un paio di formazioni diverse, nel 1979 finalmente l’organico dei Camel si stabilizza confermando Latimer e Ward rispettivamente alla chitarra e alla batteria, Colin Bass al basso e alla voce, e due tastieristi, Jan Schelhaas e Kit Watkins.
E’ questa formazione che entra in studio e compone il settimo disco dei Camel ossia I Can See Your House From Here.
Latimer e compagni si orientano verso una musica più diretta, puntando sulla raffinata canzone pop, proseguendo nel solco tracciato dal precedente lavoro Breathless. Però I Can See Your House From Here non è solo un disco “pop”. All’interno dell’album si trovano infatti pezzi interi e arrangiamenti che mantengono una spiccata attitudine “progressive.
Pur essendo le composizioni meno articolate rispetto al passato, complice anche la mancanza di Bardens, la band se la cava più che bene e il sound è ancora in buona parte quello classico, dotato di quella particolare atmosfera che da sempre caratterizza le composizioni dei Camel.
Il primo brano, Wait, mette le premesse per un buon disco. É infatti un bel pezzo, ritmato e ben suonato. La chitarra di Latimer si fa sentire, prima in chiave ritmica e poi con un buon assolo conclusivo. Fa anche capolino il tastierista Watkins con un solo velocissimo ma gradevole e trascinante a solo.
Il brano successivo è Your Love Is Stranger Than Mine, caratterizzato da atmosfere rhythm’n’blues. Rispetto al precedente brano qui tutto è molto più semplice, piuttosto scontato. L’assolo finale di sax chiude in bellezza un brano che, altrimenti andrebbe dimenticato.
Eye Of The Storm è uno strumentale egregio. La struttura del brano si regge ad un arpeggio di chitarra accompagnata da un basso placido e melodie di flauto. La batteria ha una parte importante partendo quasi in sordina per terminare in un ritmo quasi militare con il flauto che la segue.
Who We Are, è un brano piuttosto lungo, dura più di sette minuti, e da alla band modo di mostrare le proprie capacità strumentistiche. Latimer imperversa con la sua chitarra in tutta la canzone che è cantata piuttosto bene. Il tutto è impreziosito da un ottimo arrangiamento orchestrale con archi e fiati che rendono questa esecuzione degna di nota. Da notare la parte strumentale nel finale, affidata ad un crescendo di archi accompagnati dai fiati che rendono elegante il finale stesso.
Survival, di chiara estrazione classica, è un breve inserto affidato solo agli archi e serve principalmente ad aprire la strada alla seguente Hymn To Her, uno dei migliori brani di I Can See Your House From Here. Il brano inizia con l’intensa chitarra di Latimer supportata dal basso e dagli archi. L’interpretazione canora, accompagnata dal pianoforta, ben si adatta all’atmosfera e la batteria si produce in una progressione ritmica estremamente emozionante. La vena progressiva si mostra prepotente in questo branol, che si conclude in modo epico grazie a un ispirato assolo di Latimer.
Dopo un brano come Hymn To Her il seguente Neon Magic è un brano che lascia un po perplessi. Non è propriamente Camel, è anzi piuttosto di facile consumo. Alla fine può risultare un esperimento simpatico, con un solare assolo di chitarra nel finale. Però non aggiunge niente a questo album.
Il brano seguente, Remote Romance, probabilmente è un esperimento, mal riuscito, di elettro-pop. E’ il classico brano messo li per irempire, però, forse, era meglio non metterci nulla.
L’album, con la sua ultima traccia, ci regala il miglior pezzo di tutta la scaletta. Ice, questo è il titolo, è un’emozionante digressione strumentale da dieci minuti con Latimer protagonista praticamente in ogni sua parte. Benchè tardivo è probabilmente uno dei brani più emozionanti della loro carriera. La melodia inizia in modo rilassato e poi una batteria potente annuncia l’ingresso della chitarra elettrica, che si inserisce con note lunghe e struggenti. Dopo un assolo di synth, Latimer sale in cattedra e ci regala un pregevole momento musicale. Tutto il pezzo si svolge con grande semplicità, e questa è una caratteristica dei grandi musicisti, mostrando tutti gli strumenti perfettamente integrati fra loro concorrendo tutti alla realizzazione di un grande brano musicale.
I Camel, in periodo storico non particolarmente favorevole ad un certo tipo di musica, sono riusciti a tirare fuori dal cilindro un disco ben fatto, a parte un paio di episodi discutibili, e tutto sommato coerente. Tanto di cappello quindi ad una band che in questo momento difficile della loro carriera va avanti con serietà e fedeltà a se stessa e al proprio pubblico.
Side 1
Wait – 5:02
Your Love Is Stranger Than Mine – 3:26
Eye of the Storm – 3:52
Who We Are – 7:52
Side 2
Survival – 1:12
Hymn to Her – 5:37
Neon Magic – 4:39
Remote Romance – 4:07
Ice – 10:17
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